!AVVISO!

Lancio un avviso a tutti i miei contatti di Hotmail.it, ieri nella casella Spam ho trovato un messaggio il quale mi avvisava che se non pagavo la somma che mi chiedevano in bitcoin, che ero stata infettata da malware e avrebbero diffuso video porno a nome mio. Non ho creduto ad una sola parola perché ho pensato fosse uno scherzo quindi ho eliminato il messaggio, oggi sono andata ad aprire la posta e non riesco più ad accedere al mio account. Quindi se vi arrivano messaggi da parte mia via e-mail non apriteli. Mi metterò in contatto con gli esperti per un’indagine! 😡😡😡😡😡😡

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Autunno

Lungo il viale

il sole incendia i colori dopo giorni di pioggia,

nei giardini, in riva al lago,

nella pallida luce del mattino,

guardo in su, fianco a fianco con l’autunno,

lascio l’incolto astratto,

vicino al Platano, un bellissimo incontro,

scendo le colline degli incantevoli boschi,

verso la casa dei folletti,

i miei pensieri,

fiato lieve sul sentiero del rientro,

nella quiete sommessa,

ultimi raggi di sole riflessi,

su specchi di calme acque.

©db

©dbphotos

Napoletanità

“UHEEE RICHAR GHIARR” sentiamo gridare alle nostre spalle, ignari proseguiamo dritti per via Chiaia diretti alla stazione metro Toledo “UHEE RICHAR GHIARR” – ripete -“RICHAR GHIARR BEATO FRA LE DONNE”. Stop! Ci voltiamo di scatto per capire a chi è rivolta l’esortazione. Ci raggiunge correndo un ragazzo, frena di colpo davanti a noi, ha un berretto a visiera lunga calata sugli occhi, porta un borsone a tracolla e sotto braccio tiene un pacco di calze da uomo. Dice in italiannapoletano: “volete comprare un pacco di calzini?” Comincia così un altro giorno nella città partenopea, con il venditore che intraprende un mercanteggiamento e con le nuvole che a fatica lasciano spazi di pallido azzurro.

“ Uhè bella siggnò con gli occhi colore della maglia del Napoli, – mentre fa il baciamano- “piacè siggnò, non vuole comprarli per Richard chist’e bell calze?” Dico: – “no, non posso riempirmi la valigia di calzini, ne ho già comprati due giorni fa da un certo Marco in piazza Plebiscito” Rimane di stucco, però mi crede! Non insiste più, cade così la trattativa, inizia un divertente scambio di opinioni tra nord e sud. Dice: -“siete i primi   bergamasc socievoli c’ aggiu n’contrà” Ci consiglia di andare a Posillipo –“pecchè nun se po’ lassà napule senza annà là e quanno turnate annate da Gobbetto per cena e dite che vi manda O’rosso dei calzini” Scommettiamo un caffè. Cambiamo programma. Simpatico O’rosso, ci da indicazioni sulla fermata e numero del bus, senza specificare che a metà corsa si deve cambiare. Finiamo al capolinea, Nisida ci sta di fronte. I cancelli della grotta che ora potremmo visitare stanno per chiudere e così saliamo a Posillipo con un altro bus, intanto il cielo si fa scuro, al nostro arrivo ci sorprende una breve grandinata, da un negozio di parrucchiera scorgiamo facce divertite. Già, solo noi tre potevamo finire quassù con la pioggia e con il dispettoso vento distruttore di ombrelli. Il panorama sarebbe stupendo se non imperversasse la bufera, a malapena scattiamo alcune foto e scappiamo, poco distante c’è la stazione della funicolare, da qui scendiamo alla Mergellina. Dal “Gobbetto” abbiamo mangiato benissimo, O’rosso si merita il caffè!

La leggenda racconta che la città sorse sopra le spoglie della sirena Partenope e tu Napoli proprio come la sirena stai distesa davanti al mare facendo innamorare chi ti guarda.

Com’é piacevole camminare sui pendii erbosi tra possenti castagni secolari, ogni albero ha una storia da raccontare, i tronchi eretti spingono i rami verso il cielo come se volessero trattenere le nuvole che in questo momento passano lente sopra di noi. Un falco prende il volo, virtuosismi d’ali, danza elegante nella volta opalescente, plana e si lascia trasportare dal vento.  Il sole buca le nuvole e riscalda i colori per un istante. Posto meraviglioso, c’é tanta pace qui, abbraccio il silenzio e respiro i profumi del bosco. Quando la prima luce del giorno traccia il profilo dei monti si leva il canto  melodico della natura iniziando un concerto che ti lascia attonito a guardare il sole che nasce.  Stupore!

         

salita al borgo

le false promesse del sole

fontanelle

      

nel verde

notturno ad Apella

profumi

il borgo

tra i castagni

un gigante

Una fuga di tre giorni all’agriturismo “Montagna Verde” ad Apella, un pugno di casette in pietra immerse nel verde della Lunigiana.  Tutti i nostri elogi alla famiglia Maffei e allo staff di: http://montagnaverde.it                                                                                                       work in progress….I will come back soon

E il viaggio continua in terra di Lunigiana, scesi dal borgo percorriamo i 13km della serpeggiante SP22bis, quasi un tunnel nei boschi roridi di pioggia che ci conduce fino al bel borgo di Bagnone, poi giù fino a Pontremoli con tappa a Filetto.  Per finire la giornata saliamo al passo Lagastrello tra le nuvole.

piazzetta di Bagnone

Bagnone: la chiesa

un angolo di Bagnone

ingegno

vicolo di Pontremoli

altro vicolo di Pontremoli

particolare

oltre il ponte si é fuori dal centro storico

arte a Pontremoli

Filetto

una piazza

la pioppa di Filetto

verso il passo Lagastrello

la strada del Lagastrello

il terzo giorno invece scendiamo a Licciana e superato il centro ci dirigiamo verso Fivizzano percorrendo la SP21 attraversiamo borghi aggrappati alle pendici dei monti e poi scendiamo verso Soliera fino ad Equi Terme. Camminiamo nel solco e il pomeriggio visitiamo le grotte, poi sempre per tortuose strade raggiungiamo il castello dei Malaspina a Fosdinovo abitato da un fantasma.

panorama sulla SP21

sulla SP21

panorama dal borgo di Fivizzano

panorama

verso Soliera

nel solco

verso le cave di marmo

in fondo al solco ci sono le cave

nel borgo di Equi

Equi

paesaggi dell’Appennino

particolare di Licciana

Il passo del Cerreto é la strada che percorriamo per il nostro ritorno a casa.  Arrivederci Lunigiana

Verrucola

Verso il passo del Cerreto

sosta al passo del Cerreto

Apella

Danzeremo con la pioggia

Questa mattina alle ore 8:00 il cielo era limpidissimo, così luminoso da tempo non si vedeva, abbagliante direi. Poco più tardi arriva una nuvola passeggera, candore cerchiato di blu, non é sola, come un condottiero in capo alla colonna guida un esercito di cavalloni che sorgono dalla cornice dei monti, avanzano e si uniscono in massicci corpi di sfumature azzurrognole e grigio perla cancellando la nitidezza. Nel cielo, ora varchi di celeste alternati, del condottiero non c’è più traccia e dai monti continua l’avanzata dell’esercito di nuvole, ci vorrebbe il vento a fare da spazzino, danzeremo  con la pioggia!IMG_0243

Senza Autore

Parecchi anni fa un’amica mi fece leggere una poesia che riporterò qui sotto, molto bella, purtroppo non era autografata ed io non so chi l’ha scritta, se é completa o se é stata modificata, se qualcuno conoscesse l’autore é pregato di lasciare un messaggio a fondo pagina. Grazie!  Bene, ora io la voglio dedicare a tutti voi, buona lettura!

                                             Dedicato al visitatore

Voglio dedicare a te visitatore portato dal destino tra le mie onde, questa meravigliosa poesia, perché voglio sapere da te…..  Non mi interessa sapere qual’ é il tuo mestiere……voglio sapere per che cosa si strugge il tuo cuore e se hai il coraggio di sognare l’incontro con ciò che esso desidera. Non mi interessa sapere quanti anni hai, m’interessa sapere se correrai il rischio di fare il pazzo per amore, per il tuo sogno, per l’avventura d’essere vivo. Non mi interessa sapere quali pianeti quadrano con la tua luna, voglio sapere se hai toccato il centro del tuo dolore, se le difficoltà della vita ti hanno portato ad aprirti, oppure a chiuderti in te stesso nel timore di soffrire ancora! Voglio sapere se sei capace di stare nel dolore, tuo o mio, senza far nulla per nasconderlo o cristallizzarlo. Voglio sapere se sei capace di stare nella gioia, tua o mia, se puoi scatenarti nelle danze senza che l’estasi ti invada fino alla punte delle dita dei piedi e delle mani senza esortarci ad essere prudenti o realistici o consapevoli dei limiti umani. Non mi interessa sapere se la storia che mi racconti é vera, voglio sapere se sei capace di deludere un altro per restare fedele a te stesso e di non tradire mai la tua anima, a costo di lasciare che gli altri ti chiamino traditore. Voglio sapere se sei degno di parola e quindi di fiducia. Voglio sapere se sei capace di trovare la bellezza anche nei giorni in cui il sole non splende, dare inizio alla tua vita sulle sponde di un lago gridando “SI” al bagliore d’argento della luna piena. Non mi interessa sapere dove vivi né quanti denari possiedi, voglio sapere se dopo una notte disperata di pianto sei capace di alzarti, così come sei, sfinito e con l’anima ricoperta di lividi, per metterti a fare quello che c’é da fare con i bambini. Non mi interessa sapere chi conosci né come ti trovi qui, voglio sapere se starai in piedi con me al centro del fuoco, senza tirarti indietro. Non mi interessa sapere che cosa hai studiato, né con chi e neppure dove, voglio sapere che cosa ti sostiene da dentro, quando tutto il resto viene a mancare. Voglio sapere se puoi stare da solo con te stesso e se la tua compagnia ti piace veramente nei momenti di vuoto.                                  cropped-img_1882.jpgGrazie al commento di “Seidicente” posso pubblicare il nome dell’autore. by Orian Mountain Dreamer: “L’invito”

Il ragazzo di via Molino

Era un tiepido pomeriggio alla fine di marzo, il cielo era terso, blu senza nuvole, proprio un bel giorno della appena nata primavera. Cammino con la mia amica sulla pedonale che dalla chiesa della Madonna della castagna conduce al santuario di Sombreno, attraversando i boschi ricoperti da nuova vegetazione e di bianche fioriture arriviamo lassù fermandoci per una breve sosta. L’orizzonte nitido è profilato dai grattacieli di Milano e dall’Appennino ligure. I campanili si ergono dalla pianura come baluardi: gli Almenno, Mapello, Ambivere e la chiesetta del castello, Ponte S. Pietro, il nastro grigio della statale sono incorniciati dalle nostre belle montagne. Dimentico di mettere mano alla mia compatta ed ora mi manca l’immagine di quella rosa magnolia stagliata contro il cielo pulito di marzo. Le discese si snodano sempre in mezzo ai boschi e arriviamo in via al Molino. Un paio d’anni fa sono stata qui con la bicicletta, mi ricordo la fitta vegetazione di rovi che ingombravano il passaggio. Oggi è una meraviglia, è tutto pulito, pieno di fioriture sembra il bosco di Terabithia. Qui una foto ci sta! Saluto dei ragazzi un pochino datati come me, raggruppati ad un tavolo ai bordi della pista stanno giocando a carte. Mi infilo tra gli alberi e vengo avvicinata da un giovanotto il quale mi chiede se riesco a fotografare tutto il bosco. Rimango un pochino stupita per la richiesta, (non ho un grandangolare) ma farò del mio meglio, poi lui comincia a raccontare dipanando i miei dubbi. Mi dice che lavorando sodo per quattro ore al giorno, ogni giorno con la sua ascia e la forza delle sue sole braccia, spendendo all’incirca 3.600 ore della sua vita ha restituito al bosco una straordinaria bellezza. “Sono in pensione e non sono uomo da bar” -mi dice -“preferisco stare all’aria aperta e fare qualcosa di utile” Non ha ricevuto ringraziamenti dai proprietari, però è stato ammonito dalla guardia forestale per sospetta frode. Io non conosco le leggi, è incredibile però sapere che la buona volontà venga scambiata per malafede. Rimango allibita sentendo quello che il giovanotto mi racconta. Chi, al giorno d’oggi sarebbe tanto altruista rischiando di ricevere una condanna al posto di un ringraziamento? Io sarei la prima a dire: “ma chi me lo fa fare” e invece c’è ancora qualcuno capace di stupire rendendosi utile alla società senza pretendere nulla in cambio. Scatto alcune foto e chiedo il consenso di pubblicare questa storia. Ci da indicazioni su come arrivare in cima alla collina per ammirare il panorama e ci saluta. Quanto orgoglio c’era nella sua voce! Poi sono arrivate alcune nuvole a macchiare il blu. Le mie foto non sono un gran che, ma spero che riescano a rendere un pò di onore a questo folletto buono. Grazie R.M. Grazie per aver reso questo posto più vivibile.

tra gli alberi di via Molino

tra gli alberi di via Molino

white carpet

white carpet

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dente di cane

dente di cane

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le nuvole che macchiano il blu

tornando a casa

tornando a casa

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il bosco pulito

primavera

primavera

Tutta colpa di una rosa

Domenica: prima giornata di sole dopo tanti giorni di pioggia, usciamo per la solita passeggiata sui colli di Bergamo. Saliamo in vespa da via Pascolo dei Tedeschi fino al primo divieto d’accesso e lasciamo la moto parcheggiata sotto agli alberi quasi spogli dove c’è la fontanella, ora semi coperta dalle foglie. Con una camminata di circa tre chilometri si percorre via Marieni, Torni, Sudorno e si arriva a Colle Aperto oltrepassando porta Sant’ Alessandro. L’intenzione era di proseguire in funicolare fino a San Vigilio, ma il bisogno impellente di chi mi fa compagnia ci obbliga ad una tappa forzata a “La Marianna” storico locale di città alta, mi siedo e ordino qualcosa da bere mentre resto in attesa di lui che è andato in bagno. Si avvicina a me un ragazzo indiano, vende rose e mi prega di comprarne una, dice che ha bisogno di soldi per sfamare i suoi bambini, come sempre mi lascio intenerire e cerco di convincerlo ad accettare il denaro senza vendermi il fiore, leggo il disappunto sulla faccia di chi è tornato dalla toilette, ma io ho già deciso e il ragazzo insiste che io mi tenga la rosa. – “Cosa te ne fai di una rosa se dobbiamo tornare a casa in moto? – Già, cosa me ne faccio? Si discute sull’argomento. Mah!!! e mentre sorseggiamo l’infuso io penso di regalarla al primo cameriere che si dimostra gentile, no, questo mi sembra imbarazzante, non voglio dare l’impressione di una che è in cerca di toy boy e non mi piace l’idea di essere interpretata male, si, cioè come una milf, anche se non ne ho l’aspetto è facile cadere in equivoci. Lascio perdere questa mia idea e a qualcuno ne viene una più semplice. – ” lasciamola nella prima chiesa che si trova dopo la cittadella” –  bene, ok, dico io – “lasciamola li” Con tutte le volte che sono passata di qui ho sempre ignorato l’esistenza di questa chiesa. Entriamo, male non fa! Lui dice -” guarda c’è l’ altare dedicato a papa GiovanniPaolo 2°, mettila lì” io replico -” no preferisco regalarla alla Madonna” e mi accingo a depositare la rosa sul pavimento oltre il primo gradino. Lui dice – “ma sei una cipolla, perché non la metti nel vaso insieme alle altre?”  C’è una specie di cordone rosso con un cartello che delimita la zona, senza neanche presumere che fosse un avviso di off limit io allungo il braccio raccolgo la rosa e la infilo nel vaso. Un secondo e tac: scatta un assordante allarme. Cosa???? Un allarme in chiesa???? Caspita!!! Una signora che sta alle mie spalle mi guarda allibita, nei suoi occhi leggo -” ma sei scema cosa combini?!?” Io rimango lì inebetita in attesa di non so chi, non so che. Aspetto. Forse qualcuno arriverà e spiegherò l’accaduto. Nessuno, sono mortificata e intanto l’allarme smette di rompere gli orecchi a chi sta pregando e noi usciamo. Son rimasta troppo male! Che tegola, ma che diamine….. un allarme dentro una chiesa, questa poi…..non me l’aspettavo. Cosa indossasse quella Madonna di tanto prezioso non lo so. -” Ma che bisogno c’è di mettere preziosi alle statue quando ci sono persone che muoiono di fame? ”  Per tutto il tragitto di ritorno alla moto lui continua a prendermi in giro e canta – ” rose rosse per te….”  Sguardo divagante oltre il muretto, laggiù nella pianura il sole è quasi al tramonto e sale la foschia.  Sempre bella la mia città e i colori autunnali poi le regalano maggior fascino.

La danza del fuoco

La Dancalia non è un posto per tutti e per andarci non basta avere un forte spirito di adattamento, bisogna andare oltre. Le condizioni igieniche degli hotel, se così si possono definire, sono scarse, anzi inesistenti e in alcune città non c’è scelta. È preferibile dormire per terra col sacco a pelo nelle capanne ai piedi del vulcano. Si rischiano colpi di sole e disidratazione anche quando le temperature sono sotto i 40 gradi. Le scorte della polizia sono necessarie, addentrarsi da solo in una zona tanto inospitale è rischioso. Noi avevamo Gilbert come guida con lui siamo stati benissimo, i miei timori sono scemati in pochissimi minuti. Non è una passeggiata dunque, ma il fascino dei luoghi prevale su ogni disagio e si rimane strabiliati di fronte alla potenza degli elementi naturali. Nonostante il tour fosse già organizzato da esperti e quindi più sicuro, prima di partire mi sono documentata a fondo non facevo altro che leggere i soliti pareri negativi sui siti che trovavo in rete, ma quello che ci è capitato poi sul volo ET702 è stato molto peggio.

10 febbraio 2014

Il gracchiante canto del muezzin mi risveglia agli albori di un giorno che nasce senza sole, il caldo è soffocante e il condizionatore gracchia più del cantore. Una leggera nausea mi invade, la reprimo trattenendo il respiro e penso alla sera precedente. Seguivo dal balcone un gruppo di ragazzi seduti all’esterno della moschea dipinta di verde, schiene appoggiate alla parete mentre leggevano versetti del corano, le loro preghiere sono come le litanie recitate da mia nonna quando sgranava il rosario nelle sere d’inverno davanti al camino. Cerco di riprendere sonno ma l’assordante cantilena blocca ogni tentativo, chiudo gli occhi e rivedo il giorno del nostro arrivo. Ingarbugliati nel caotico viavai di Addis Abeba con l’insopportabile puzza di smog avanziamo nel traffico a passo di lumaca lasciandoci alle spalle la città tra il bailamme di pneumatici e clacson. Altalenanti ricordi si mischiano al presente e rendono irriconoscibile il passato. “Un progetto interminabile” lo definisce il conducente della nostra jeep. Gli effetti del progresso sconvolgono, le capanne circolari ai bordi della vecchia strada che corre verso sud hanno lasciato il posto a baracche di legno e tra le acacie impolverate emergono resti di pareti in fango sulle quali intravedo decorazioni tribali. Lì, timide e belle ragazze avevano bimbi aggrappati ai seni e si erano messe in posa per una foto. Ora ci sono mezzi pesanti che vanno e vengono asportando materiali, lasciando una lunga ferita nera sul terreno. Rivedo il fine pomeriggio nel parco in riva al fiume Awash, gli spruzzi della sua ampia cascata inumidiscono i nostri capelli e alcuni coccodrilli se ne stanno a bocca aperta per riscaldarsi agli ultimi raggi di luce. L’alba del secondo giorno è grigia e si riprende la marcia verso Gibuti, la strada è una stretta piatta corsia a doppio senso, intasata di camion, mandriani, mucche, asini, biciclette. Sfilano lenti oltre la cornice dei finestrini i venditori di carbone, nomadi, villaggi fatiscenti, mucchi di bottiglie di plastica, mezzi ribaltati e abbandonati tra le sterpaglie, mendicanti bagnati dalla pioggia. Il progresso come sempre fa molto discutere. Cambiano solo le strade ma la storia è sempre la stessa. Adesso sono qui a lottare contro l’insonnia, mi alzo, il muezzin continua la sua rauca preghiera, gli fa eco un gallo, odore di fumo ed attimi sospesi alla finestra tra le tende malconce, fermo immagine fallito del primo passante mentre spinge una carriola. Preparo lo zaino si riparte. Il cielo di Semera è cupo sopra le case in costruzione già sporcate dal vento, varchi di grigio chiaro tra le nuvole di piombo, un uccello prende il volo da un sasso, i bambini ci ricorrono ai lati dell’asfalto che ora si snoda sui campi di lava e poi si interrompe nella sabbia. A Dodom trattative con il capo villaggio per ottenere il permesso di sostare nella zona vulcanica. Caldo, laghi salati dai colori cangianti, movimenti impercettibili sui ruvidi sentieri, teste ricciute, gente che sale e gente che scende, bivacchi, uomini armati in difesa al confine, fumarole solforose, passi scricchiolanti e bocche che vomitano lapilli. Incessante è la danza del fuoco, non ti permette di staccare lo sguardo, ipnotizza. Luna piena e mentre il giorno rinasce tra i bagliori rossastri del vulcano prepariamo la discesa. Una corsa travagliata verso Amdhila, un pugno di capanne al centro di una distesa sassosa spazzata dal vento, qui l’esistenza da sempre è regolata dal cielo. La sequenza a questa storia ci ribalta in un girone dantesco. Noi qui, fotografi spettatori paganti per pochi minuti, scortati da guardie del corpo siamo testimoni di una realtà in questo inferno dalla luce accecante dove uomini lavorano come dannati in un’infinita bianca distesa e sudano lacrime di sale. Orizzonti disegnati da lunghissime carovane, cammelli e somari allineati per raggiungere distanze lontanissime. Saranno forse le ultime e in un futuro prossimo questi uomini perderanno la priorità di guadagnare un tozzo di pane, già c’è miseria, non oso immaginare cosa succederà quando i TIR diventeranno padroni delle piste. Io qui, ad incitare la fuga di un capretto legato al palo nella capanna di fronte alla nostra, bela, strattona il legaccio che lo avvinghia, sembra un pianto il suo verso, sentirà che è giunta la fine della sua breve vita e tra poco sarà servito come pasto ad un gruppo di turisti. Sangue, polvere e intanto la notte si fa stellata. Cattedrali di sale, depressioni, aridità, soffioni, zampilli bollenti si riversano in geometriche piscine nelle quali si riflettono pinnacoli dai colori sgargianti, l’aria è satura di vapori pungenti. Il terreno scorre davanti a noi con rilievi a forme ottagonali creazioni di elementi in movimento sotto alla crosta terrestre. Salire sull’altipiano significa subire un dislivello notevole, poco meno di un giorno per passare dall’inferno al paradiso. Il percorso è un susseguirsi di cambi scenografici, in alcuni tratti è apparente desolazione e in altri è animato da carovanieri. Le mani rilassate appese ad un bastone appoggiato di traverso sulle spalle alla base del collo camminano molleggiando sulle ginocchia, i passi cadenzati sollevano impalpabile polvere color cipria, le sciamma attorcigliate lungo il dorso e ai piedi sandali usurati di plastica, la loro meta è Berahle la città avamposto della regione Afar. I pastori spostano le greggi per lasciarci passare e ci salutano gli operai che costruiscono la strada. Risaliamo tra montagne giallo oro striate di zafferano, pirite e verde rame, alberi punteggiano il fondale in secca del canyon. Al valico le coltivazioni a terrazzi spiccano sul panorama ocra, al posto delle capanne ci sono le case con i muri variopinti e donne vestite di bianco escono a gruppi dalle chiese, le gonne ampie ondeggiano, caratteristici ombrellini le riparano dal sole. Mucche passeggiano libere tra la gente al mercato locale, un sacerdote impartisce la benedizione a chi la chiede, è seduto su un sacco di granaglie e scaccia le mosche con un bastone alla cui estremità c’è un lungo ciuffo di pelo caprino. In cielo non c’è nemmeno una nuvola, il pensiero che questa avventura è giunta quasi al termine mi appiattisce, mi secca la gola, mi procura capogiri. Che strana sensazione! Da Makele il volo verso la capitale è breve come un salto alla corda, spendiamo le ultime ore a girovagare per la città. Non si vorrebbe mai, ma le vacanze non sono interminabili e così si sale sull’aereo che ci riporta a Roma. “Non c’è il due senza il tre” – penso, “Etiopia ci rivedremo” ma la strana sensazione non mi molla.

17 febbraio 2014

le maschere dell’ossigeno scendono con un colpo secco, tra il frastuono la voce isterica di chi è al comando sembra urlare: “I’ll kill you all” in un istante siamo presi da scossoni, stiamo precipitando. Mio marito mi abbraccia e mi dice: “è finita”- “sappi che ti voglio bene”. Io mi sento morire, con gli occhi chiusi aspetto il momento dell’impatto, tremo come una foglia e non riesco a proferire una parola, mentre altri urlano, imprecano e piangono, io tremo, stringo le mani di chi mi è accanto e bisbiglio “non voglio morire, non voglio morire” Mi sento bruciare dentro. È un brutto sogno? Incollata al sedile con gli occhi fissi nel vuoto sono senza respiro credo di essere già morta. No, sono sveglia non è un brutto sogno sono dentro un incubo durato sei ore. Come è andata a finire poi lo ha saputo tutto il mondo. L’epilogo positivo (“Fortuna?”) mi permette di raccontare questa terribile storia, mi sarà difficile metterla nel dimenticatoio ed io non so se avrò ancora il coraggio di volare. Conservo nei ricordi i colori della Dancalia e l’amichevole accento francese di Gilbert che mi dice :“ Stai sempre così col tuo sorriso, come luna piena non smettere mai di sorridere”, i suoi ragazzi che ci seguivano passo dopo passo, la gente incontrata strada facendo e i nostri compagni di viaggio.